Educare o no in base alle regole?

Ripenso oggi, con un po’ di tenerezza, e un pizzico anche di nostalgia, a quando mi preparavo a fare la mamma! Preparavo il corredino, lavoravo a maglia le sue tutine e leggevo le riviste per mamme e i manualetti di puericultura che mi davano in omaggio nei negozi dove andavo ad acquistare il corredino. E grazie a riviste e manualetti, non ero ancora mamma, ma avevo già bello pronto il mio bel bagaglio di precetti e preconcetti:

il bimbo non si tiene in braccio più del necessario, farlo piangere a volte bisogna, qual è il numero delle poppate a uno, due, tre mesi, qual è il giusto peso, quali le giuste quantità di latte, si deve addormentare in culla e non in braccio, guai a metterlo nel lettone e… potrei continuare a lungo!! A ripensarci oggi, mi chiedo come ho fatto in pochi mesi a farmi indottrinare così!

Beh, per la verità qualche scalfittura l’indottrinamento l’aveva subita! Era successo al corso di preparazione al parto: durante le chiacchierate con una meravigliosa ostetrica e con la sua nipote in materia di puericultura, si parlava di ciucci da cercare di non usare, di naturalità nell’allattamento e nella cura dei bambini, di sentimenti da comunicarsi a vicenda, di massaggio, di coccole… e di tappeti su cui fargli imparare a muoversi già dai primi mesi e tanto altro! Alcuni messaggi li colsi subito, almeno in parte, per altri fu più difficile, talmente era forte il peso dei precedenti! Tutt’oggi mi chiedo come mai mi fu abbastanza facile liberarmi di alcuni pregiudizi e luoghi comuni, mentre per altri ci ho impiegato anni e probabilmente non ci sono ancora riuscita!

Arrivò quindi il momento meraviglioso, lui era tra le mie braccia e finalmente dalla teoria si passava alla pratica! Con l’allattamento andò tutto liscio, mi comportai in maniera molto istintiva, riuscii a superare piccoli problemi, a costo anche di mentire alle puericultrici della nursery  e andammo avanti tranquillamente per diversi mesi; lo interruppi però a sette mesi e se tornassi indietro non mi farei condizionare da tutti quei fattori che mi portarono a interromperlo, ma questo è un altro discorso! Però quella serenità e quella istintualità che ebbi per l’allattamento non riuscii a mantenerla per tutto: avevo voglia di stringere per ore mio figlio tra le braccia ma mi dicevo che era giusto riporlo in culla… lo dicevano tutti… non poteva essere diversamente! E quando mia suocera voleva un po’ coccolarselo e le chiedevo di metterlo nella carrozzina mi sentivo tanto una madre tosta che sa quel che vuole e quel che è meglio per il suo bimbo… a ripensarci oggi, e vedendo mia suocera invecchiata, mi rivedo come una arpia e penso che ho negato a mio figlio tante coccole, tante carezze, mie, del padre, dei nonni…

Molto peggio andò con lo svezzamento, che praticamente imposi a un bimbo che non ne voleva sapere, un po’ perché era il momento indicato dalle tabelle e dal pediatra, un po’ perché forse avevo troppa fretta di vederlo crescere e forse anche un po’ perché speravo che il togliergli una o due poppate al seno avrebbero potuto aiutarmi a riprendermi da un allattamento abbastanza stancante… si perché luisembrava fregarsene del fatto che un bimbo di 4 mesi poppa due volte in meno al giorno di un bimbo di un mese… le sue poppate, notte e giorno, erano continue, lunghe, senza orari ed io ero abbastanza stremata! Mangiava poco, forse perché semplicemente è quello il suo fisico, ma io mi accanivo usando i mezzi più disparati: pappa in braccio, pappa sdraiato, pappa giocando… tutto pur di riuscire ad infilargli 3 o 4 cucchiai in bocca a tradimento!

Però nello stesso periodo in cui cominciai lo svezzamento, mi feci realizzare da mia madre un bellissimo tappeto di gommapiuma rivestito di cotone, ci buttai su vecchi giornali, bicchieri di plastica, cucchiai di legno e lasciai a lui la libertà di fare i primi movimenti: sollevarsi sulla braccia, girarsi, trascinarsi, fino a iniziare a gattonare e ad alzarsi in piedi, cose che a sette mesi faceva correttamente!

Mi rendo conto che laddove lasciai fare all’istinto tutto andò bene, laddove tentai invece di adeguarmi a un modello, di fare ciò che credevo di dover fare, commisi degli errori! E così, tra intuizioni giuste e interpretazioni sbagliate, arrivai, quando lui si avvicinava al primo compleanno non stando mai fermo, a pormi la famosa domanda: “Devo imporgli delle regole?”, “E se si, a che età è giusto che lo faccia, a che età mi capirà se gli dico di no?”. Di una cosa però certa, non lo avrei mai picchiato. La tentazione, l’impulso di farlo c’era stato: quando cercavo di cambiargli il pannolino fra mille contorsioni, quando piangeva disperato ed io ero distrutta dal sonno… ma mi ero subito resa conto che il fatto che lui si muovesse era un mio problema, lui non stava facendo nulla di male, si esercitava a compiere quei movimenti che io stessa avevo incoraggiato mettendolo sul tappeto ecc.; e così il pianto, mica piangeva per far star sveglia me… caso mai io avrei dovuto capire perché piangeva, un motivo c’era sicuramente! E così per il resto, se camminando a quattro zampe apriva il cassetto della biancheria e la buttava all’aria, mica avrei potuto punirlo come un adolescente  che apriva il cassetto per rubacchiare delle banconote! E ne d’altra parte potevo impedirgli di andare in giro per casa a combinare guai, qualcosa lui doveva pur fare, mentre io mi dedicavo alle faccende casalinghe o facevo una doccia! Anche qui, era un mio problema non poter stare con lui a giocare e quindi dovevo accettare che qualcosa facesse! Ma risolsi abbastanza, qualche sportello bloccato, la porta del bagno chiusa, un paio di poltrone spostate, via il tavolino basso, il tappeto della nonna al centro e realizzai così un ambiente perfetto a misura di bimbo!

Così, la risposta alla domanda sulle regole perdeva sempre importanza. E anche se nel frattempo, come da perfetto luogo comune, mi ero detta che sarei stata una buona ma ferma, affettuosa e conciliante, ma rigida quando serve, nel frattempo, via via che lui cresceva, mi sentivo sempre più lontana da un legislatore che fissa le regole e sempre più vicina a una idea di crescita che consiste nel condividere delle abitudini, nell’acquisirle insieme, perché genitori e figli lo si diventa insieme e tutti i nuovi passi si fanno insieme: quando si scende dal passeggino e si impara a camminare noi gli diamo la mano per proteggerlo e lui ci da la mano per sostenersi!

Anche perché mi pareva che un bimbo di un anno non potesse far nulla di così tremendo da dovergli essere proibito o da farlo diventare passibile di punizione. Penso che non possa neanche concepire la disubbidienza, la trasgressione, il proibito. Se a tutti i costi vuol aprire l’antina dell’armadio che noi non vogliamo apra, non è per trasgressione o per farci dispetto o per misurarsi con noi, ma perché è l’unica antina che non ha aperto ed è curioso di sapere cosa c’è dietro! Come si fa a punirlo perché cerca in continuazione di farlo? Non stava mai fermo mio figlio, a sei mesi gattonava, a sette s’alzava in piedi, a dieci camminava e poi c’è stato l’arrampicarsi… come potevo dirgli di no? Non mi restava che stargli dietro, sperando che almeno diventasse in fretta abile a fare quelle cose pericolose in modo da diminuirne la pericolosità. Ma a parte quello era tranquillo, socievole, andava volentieri al nido… bastava lasciargli libertà di movimento! Anche fuori casa, al parco giochi… era un continuo correre, arrampicarsi, salire e mai che si stancasse abbastanza da dormire bene la notte!

Quindi, bastava lasciarlo muovere e rispettare i suoi tempi ovviamente! Certo, se era pronta la pappa o si stava per uscire, bisognava dargli il tempo di finire il gioco in cui era impegnato… ma non vogliamo anche noi adulti non lasciare incompiuto ciò che stiamo facendo?

Passavano i mesi e alle regole ci pensavo sempre meno. In fin dei conti lui con l’esempio e con il fare insieme aveva assimilato il dover fare certe cose, non come regole ma come, come dire?, cose che si fanno naturalmente. E ne d’altra parte io avevo l’idea di un figlio soldatino! E così mentre lui cresceva, la nostra casa riassumeva una forma normale e io cominciavo a sentirmi più sicura del mio ruolo, soprattutto cominciavo a sentirmi libera di decidere e scegliere per mio figlio, ci preparavamo al terremoto: l’arrivo di lei!

Durante i primi mesi, neanche ci si accorgeva che ci fosse, ma durò poco! Cosicché, dopo avermi comunicato a quattro mesi che voleva essere svezzata e a sei che non voleva più il mio latte… cominciò a mostrare il suo bel caratterino in un po’ tutte le circostanze! Se decideva che voleva mangiare il brodo col cucchiaino, non c’era verso, doveva farlo… anche se aveva 8-9 mesi e se, ovviamente quattro quinti del brodo le finivano addosso o a terra! E così per tante cose! Caparbia, volitiva, scorpioncina di segno zodiacale, ciocca di monte (come chiamano gli abitanti del paese di sua nonna, dove le ciocche sono gli alberi di olivo, che si contorcono ma non si spezzano mai!), era davvero difficile avere a che fare con lei, seppure non era così stancante fisicamente, era una fatica mentale! Io che mi ero ripromessa di non urlare, cominciai ad urlare, io che mi ero ripromessa di non usare nessuna forma di violenza, seppure minima, ne fui tentata... Sono felice di non essere cascata nell’abitudine allo schiaffo e oggi ne sono ancora più consapevole, dopo aver visto che i bimbi che a scuola, al mare, al parco esercitano violenze sugli altri bambini sono gli stessi che quelle piccole violenze le subiscono dai genitori. Ma potremmo parlare anche dell’inutilità dello schiaffo, che non serve ad eliminare un comportamento ma solo a interromperlo in quel momento, o del messaggio che veicola, cioè il grande che in quanto grande può prevaricare il piccolo. In quel momento, è vero, interrompe una situazione critica, ma soprattutto dà al genitore la sensazione di detenere il comando, ma sicuramente non risolve il problema, anzi… ne aggiunge un altro!

Ma olttre alla violenza, fisica o verbale, neanche l’arrendevolezza era la soluzione. Nel frattempo lei arrivò alla scuola materna e li si trasformava, tanto in casa urlava e dominava, così a scuola era silenziosa, riservata, non molto socievole. I conflitti derivavano soprattutto dai rapporti fra loro due. Quando giocavano pacificamente tutto andava bene, ma quando litigavano, ed era sempre perché lei voleva prevalere, era davvero difficile non scontentare lui domando la belvetta e d’altra parte non potevo accettare che lui, solo perché il grande, dovesse sempre subire! (Per inciso, non perché sia stata la grande, ma trovo inaccettabile il caricare un bambino di 5-6 anni della responsabilità di dover essere bravo perché più grande!). Il problema era sempre quello, i rapporti tra loro due, sennò per me il problema avrebbe anche potuto non esserci! Le turbolenze della piccola, a parte delle rivendicazioni di autonomia molto forti che però venivano in fretta superate, erano in realtà un problema del grande e mio in quanto madre di lui! Non si trattava delle famose cose che si devono fare, che peraltro leifaceva, ma di rapporti e conflitti interpersonali…

Intanto, io avevo già cominciato ad ampliare la mia comunicazione tra mamme. Aumentavano i miei confronti e si ampliavano i miei orizzonti. Così, mentre cominciavo a riapprezzare l’importanza dell’istintualità nella crescita dei figli, mentre mi rafforzavo nella mia idea che nessuno più della mamma sa cos’è il meglio per suo figlio, conoscevo tante mamme che tanta influenza hanno avuto su di me nel rivedere i miei rapporti con i miei figli, oltre che con me stessa! Scoprivo una maternità più dolce, più naturale, alla quale io ero anche approdata, ma sentendomi insicura e titubante. Ad. Esempio avevo accolto con gioia i miei figli, in momenti diversi!, nel lettone, ma continuavo a farlo nel timore di star commettendo uno sbaglio!

E mentre assaporavo questa dolcezza e ripensavo con astio ai manualacci che mi avevano infilato in testa tanti luoghi comuni, mi ritrovai a frequentare degli incontri con le psicologhe del consultorio organizzati dalla scuola, sul tema della comunicazione con i figli! Ricomincia a leggere, ma stavolta dotata di strumenti che mi rendevano in grado di valutare, di discernere… E agli incontri con le psicologhe senti parlare di Thomas Gordon, del suo obiettivo di aiutare i genitori a crescere dei figli responsabili, migliorando la comunicazione tra genitori e figli, attraverso strumenti come l’ascolto attivo.

Parlavamo tanto in quegli incontri. Dagli incontri con le psicologhe nacque poi un gruppo di lavoro genitori-insegnanti per elaborare degli spunti da fornire agli insegnanti per trattare alcuni temi come l’educazione all’ascolto, alla libertà, al pensiero critico, alla volontà.

Erano un po’ dei gruppi di lavoro e un po’ dei gruppi di ascolto, elaboravamo dei progetti, ma parlavamo anche tanto di noi, dei nostri sentimenti come persone e come genitori, di ciò che provavamo nell’affrontare le difficoltà con i figli. E parlando imparavamo a comunicare, tra noi innanzitutto! Comunicare senza prevaricare, senza togliere la parola, ASCOLTANDO veramente gli altri e non facendo finta di farlo, mettendoci in discussione e imparando ad accettare le critiche e dei punti di vista diversi.

E così, tra i discorsi tra genitori e le nuove letture, mi resi conto intanto che non è insensato leggere dei libri che diano dei nuovi stimoli nell’essere genitori, piuttosto è insensato leggere dei cattivi libri, e soprattutto scoprii che c’erano delle strade per comunicare con i figli che non avevo ancora percorso e che sembravano interessanti. Interessanti per il presente, ma anche in prospettiva futura perché tutto sommato a parte qualche problemuccio  che andava anche risolvendosi con la crescita, mi stavo cominciando a preoccupare all’idea di dover affrontare l’adolescenza senza degli strumenti in mano.

E così, attraverso questo lungo percorso, sono arrivata a maturare alcuni concetti, che adesso ritengo fondamentale nella nostra crescita mamma-figli, dalla prima infanzia fino all'adolescenza.

Intanto, le regole... detesto questa parola, così come detesto la parola educazione nel significato che ha assunto nel tempo, ma devo premettere che credo di aver cresciuto i miei figli in modo tale da avergli fatto acquisire il piacere di curare se stessi, rispettare gli altri e anche le cose... soprattutto quelle altrui. E non si tratta solo di non voler usare una parola, ma proprio di diversi comportamenti.

Al mio attuale livello di maturazione come genitore, credo che le cose più importanti da insegnare a un figlio siano la responsabilità e il far le cose in base a motivazioni intrinseche. Adoravo le maestre di mia figlia che per i primi anni delle elementari desideravano abolire i voti ritenendo che i bambini devono scoprire il piacere di saper leggere e scrivere, non il piacere di aver superato l'amichetta con un ottimo invece di un bravissimo!
Quanto alla responsabilità, vuol dire far le cose perché se ne è appresa la necessità di farle e, se non le si condivide, assumersi la responsabilità di non farle, spiegandolo.

Mi piace pensare che i miei figli possano fare certe cose perché ne apprendono l’utilità, perché le vedono fare, perché non v’è motivo di non farle. Ad es., la cura del corpo: la vedo come un qualcosa di fisiologico, si mangia, ci si sporca e quindi diventa automatico lavarsi. Lavarsi fa star meglio e quindi non c'è che da favorire l'innato predisposizione allo star meglio che allo star peggio! Certo, a volte non viene proprio automatico, e allora non subentra la regola, ma lo spiegare la necessità! A volte bisogna anche ricordarlo, come no! ma sempre con lo stessa, come dire, motivazione!

Poi ci sono le cose che si fa perché è bello e piacevole farle, perché farle ci gratifica, ci fa stare bene, perché impariamo farle vedendo farle. L'amore per lo studio non credo si possa aumentare costringendo un figlio a star seduto a leggere un libro. L'amore per lo studio si coltiva con l'esempio intanto, poi con il dare le occasioni, incentivare la curiosità, Non si può imporre ad un bambino l’amore per lo studio, al massimo si può imporgli di fare i compiti! Ma obbligandolo a fare i compiti non si aumenta certo il suo amore per lo studio! Se si guarda un libro con la mente chiusa è come non guardarlo… ma si può far loro desiderare di aprire la mente!

Per quanto riguarda il rispetto per gli altri e per le cose, beh, sicuramente anche qui va usato il raziocinio e vanno allenati a capire la differenza. A casa dei nonni paterni bisogna stare attenti a vasi, ninnoli... e lo si sta! A casa dei nonni materni c'è invece una casa laboratorio dove possono fare più o meno quel che gli pare visto che è stata rivisitata per loro, almeno una zona. Quindi si acquerella, si impasta e non ci si pone il problema di non sporcare! Si rispettano le cose, senza però che diventino più importanti della curiosità di osservarle… compatibilmente con il loro proprietario! Sinceramente credo che farei fatica a spiegare che si deve dire buongiorno a chi conosciamo (e al sig. del quinto piano che non saluta mai, che facciamo? lo salutiamo?) o ringraziare se ci si fa un complimento, o addirittura a farne una regola, ma loro vedono me e lo fanno e alla fin fine Vieri fa di quei salamelecchi che mi fa morire dalle risate!

Non riesco ad accettare quelle frasi genitoriali che mi danno l'idea di un percorso educativo calato dall'alto: "E' giusto che loro sappiano come ci si comporta..." ; "E' scontato che si ascolta anche il loro punto di vista e in genere lo si accetta." , frasi che stanno ad intendere: io genitore so cos'è meglio e ti incentivo, con le buone a farlo, tu puoi protestare e io terrò in considerazione le tue considerazioni.

Io invece suddivido le competenze dei miei figli in cose che si impara naturalmente a fare perché è naturale fare e cose che si decide insieme come fare, di cui si parla, si discute, facendo sempre riferimento a quei principi di responsabilità, di automotivazione, di educazione all'ascolto (Reciproco! ascoltare la mamma le esigenze dei figli e i figli quelle della mamma), di educazione alla libertà (quindi anche la mia libertà, oltre che la loro.. il rispetto delle reciproche libertà), l'esempio (mai io chiederò a loro qualcosa che non faccio io o di non fare qualcosa che faccio), il rispetto per gli altri , reciproco anche questo ovviamente (io rispetto il fatto che vogliono terminare un gioco e loro rispettano il pavimento appena lavato... e che buffi quando dopo un'ora mi chiedono se possono passare!).

Insomma, potrei dire che io do più importanza al principio che alla singola azione! Imparare a rispettare il fatto che le cose si comprano con denaro sudato è più importante del non rompere il bicchiere facendo un giochetto idiota; acquisire il piacere dello studio è più importante di fare i compiti... non che il risultato non sia importante, ma preferisco arrivarci al contrario perché credo che ancor più importante sia capire il perché, perché poi quel "perché" serve a crescere, a imparare a giudicare e capire da sé, a essere responsabili, motivati, ecc. e a non dover imporre delle regole!