La comunicazione genitori - figli: Effetti delle dodici risposte tipiche genitoriali

Tratto da "Genitori efficaci" di Thomas Gordon, ed. La Meridiana

1) Dare ordini, dirigere, comandare (Smettila di...) Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti; egli deve conformarsi ai sentimenti e bisogni dei genitori. Lo inducono a non sentirsi accettato, a temere il potere del genitore, possono provocare sentimenti di risentimento o rabbia che spesso lo inducono a reagire ostilmente, a incollerirsi, a ritorcersi, a resistere e a mettere alla prova la reale volontà del genitore.

2) Avvertire, ammonire, minacciare (se lo fai...te ne pentirai) Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo. Possono suscitare risentimento e ostilità come quando si danno ordini, si dirige, si comanda. Possono indurlo a credere che il genitore non abbia rispetto dei suoi bisogni e desideri. Inoltre a volte i figli sono tentati di verificare per vedere se la minaccia verrà eseguita e quindi di fare la tal cosa solo per vedere se le conseguenze si verificano.

3) Esortare, moraleggiare, fare la predica (Dovresti...è bene che tu...) Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell'autorità, del dovere, degli obblighi; indurlo a credere che il genitore non si fidi del suo giudizio e che è meglio che accettino ciò che gli altri considerano giusto; possono fargli nascere sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo o indurlo a credere che il genitore non si fidi della sua abilità di giudicare la validità dei valori e progetti altrui.

4) Consigliare, offrire suggerimenti e soluzioni Questi messaggi sono spesso interpretati dal figlio come prova del fatto che non ci si fida della sua capacità di giudizio o di trovare soluzioni proprie, possono indurlo a diventare dipendente dal genitore e a smettere di pensare da sè. I consigli a volte comunicano un atteggiamento di superiorità dei genitori nei confronti dei figli, che di conseguenza possono anche maturare un senso di inferiorità. (Perchè non ci ho pensato io? voi sapete sempre tutto!) Inoltre i consigli possono indurli a pensare che i genitori non li capiscano affatto e a contrastare continuamente le idee dei geniitori e non sviluppare le proprie.

5) Insegnare, argomentare, persuadere Quando si cerca di insegnare qualcosa, i figli avvertono spesso la sensazione che lo si faccia apparire inferiore, subordinato, inadeguato; l'argomentare e l'informare inducono spesso i figli a mettersi sulla difensiva e a risentirsi (Credi che non lo sappia?). E raro che i ragazzi, come gli adulti, amino sentirsi dimostrare di aver sbagliato, di conseguenza difendono accanitamente le proprie posizioni.

6) Giudicare, criticare, opporsi, biasimare Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi, indegni, cattivi. L'idea che il figlio si fa di sè si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genitoriali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore (Mi ero sentito dire così spesso che ero cattivo, che cominciai a pensare di esserlo davvero!). Inoltre i giudizi inducono i figli a tenere per sè i propri sentimenti o a nasconderli ai genitori.

7) Elogiare, assecondare Contrariamente all'opinione diffusa che l'elogio sia sempre benefico per i figli, spesso invece ha effetti assai negativi. Se il figlio riceve una valutazione positiva che non coincide con la propria idea di sè, può diventare ostile (Non ho giocato affatto bene, ho fatto schifo!). I figli deducono che se un genitore li giudica positivamente, può anche giudicarli negativamente in altri momenti. Inoltre l'assenza di elogi in una famiglia che li adopera spesso, può essere considerata una critica. L'elogio è anche spesso considerato un tentativo di manipolazione, un modo sottile per influenzarli. I figli pensano che un genitore non li capisca, quando li elogia (non lo diresti, se sapessi come mi sento). Si sentono spesso in imbarazzo quando vengono elogiati, specie se in presenza di amici; infine, potrebbero finire col diventare dipendenti dall'elogio.

8) Etichettare, ridicolizzare, umiliare (sei sempre il solito stupido) Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull'immagine di sè del figlio. Possono far sentire il figlio indegno, cattivo, non amato. La riosposta più frequente dei figli è di restituire ai genitori gli stessi messaggi.

9) Interpretare, analizzare, diagnosticare (So io perchè...) Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimidatorio. Se l'analisi del genitore è accurata, il figlio si sente in imbarazzo perchè smascherato e se è errata il figlio si arrabbia per essere stato ingiustamente accusato. I figli avvertono sempre un atteggiamento di superiorità dei genitori (Tu credi di sapere tutto), e a maggio ragione i genitori che analizzano spesso i figli comunicano loro di sentirsi superiori, più saggi, più intelligenti. Messaggi come So io perchè interrompono bruscamente il desiderio di comunicare del figlio e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i problemi con i propri genitori.

10) Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere (non arrabbiarti, tutto si risolverà...) Anche questi messaggi non sono utili. Rassicurare un figlio quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo capiscano. I genitori rassicurano e consolano perchè si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato, scoraggiato e via dicendo. Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore desidera che egli smetta di sentirsi in un determinato modo, inoltre essi vivono le rassicurazioni come tentativi per cambiarli e finiscono col perdere fiducia nei genitori. Quindi, minimizzando o compatendo si arrestala comunicazione perchè il figlio sente che i genitori vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

11) Inquisire, fare domande, interrogare Facendo domande si può indurre i figli a credere che non si abbia fiducia in lui, o che si nutrano su di lui sospetti o dubbi. I figli si accorgono anche che le domande sono tentativi di farli uscire allo scoperto per poi aggredirli. Spesso si sentono minacciati dalle domande se non ne capiscono la ragione. Se si interroga un figlio quando lui ci mette a parte di un problema, potrebbe sospettare che si vogliano raccogliere informazioni per risolvere il problema al posto suo, invece di lasciargli trovare la sua soluzione. Interrogare non è affatto un buon metodo per facilitare la comunicazione di un'altra persona, anzi si limita duramente la sua libertà.

12) Sottrarsi, cambiare argomento, scherzare, distrarre Questi messaggi comunicano al figlio che non si è interessati a lui, che non si rispettano i suoi sentimenti o addirittura che lo si rifiuta. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno bisogno di parlare di qualcosa e quando si risponde loro scherzando, possono sentirsi feriti o respinti. I figli, come gli adulti, vogliono essere ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi importanti.

La prima impressione che si prova dopo aver letto questo testo è che comunicare escludendo queste modalità sia impossibile, ma non è così. E l'ho verificato nella pratica. La prima cosa che ho scoperto è stato che, senza rendermene conto, utilizzavo già, almeno in parte, le modalità suggerite da Gordon: si comunica eccome! E non vale solo con i figli, ma con tutti!

Innanzitutto, c'è l' ascolto passivo, cioè astenersi dal parlare, comunicando anche con un sorriso, un "Mmh", uno sguardo d'intesa, il piacere di ascoltare, facendo in modo che l'altro o il figlio tiri fuori ciò che ha dentro. Non dire nulla, può favorire l'accettazione. E l'accettazione favorisce la crescita costruttiva e il cambiamento."

Poi c'è l'ascolto associato a semplici frasi-invito: "capisco", "davvero", "ma guarda un po'", che sono segnali che danno il via libera, che incoraggiano a parlare. Oppure altre più esplicite: "Raccontami", "Vorrei sapere cosa ne pensi", "Parla ti ascolto", ecc. In questo modo non si toglie l'iniziativa all'altro, ma lo si incoraggia, gli si comunica accettazione e rispetto. E' come se dicessimo: "Voglio entrare in rapporto con te", "Ritengo che le tue idee meritino di essere ascoltate".

Gordon riporta esempi di conversazioni in cui i ragazzi, sentendosi liberi di esprimersi (e non giudicati, rimproverati, consigliati, minacciati...) tirano fuori le cause del comportamento, magari sbagliato, ne individuano i motivi e si propongono dei comportamenti alternativi. Alla base di tutto vi è il sentimento di accettazione.

La terza modalità è l'ascolto attivo, che è un po' più difficile da spiegare brevemente. Ci provo: il ricevente il messaggio tenta di capire i sentimenti del mittente o il significato del suo messaggio e poi esprime al mittente, con parole proprie ciò che ha compreso (il feed-back), attendendo la sua conferma. Es. Figlia: "Papà quando eri giovane che tipo di ragazze ti piacevano? Cosa ti piaceva in una ragazza?" Padre: "Vorresti sapere cosa ci vuole per piacere ai ragazzi, vero?", Figlia: "Già, mi sembra di non piacere ai ragazzi e non so perchè." Il padre ha decodificato il messaggio della figlia, lei ha confermato l'accuratezza della decodifica e ha tirato fuori il vero problema. Da notare che il feed-back è in seconda persona, e non in prima.

L'ascolto attivo aiuta i figli a prendere coscienza dei propri sentimenti, ad avere meno paura delle emozioni negative, promuove l'intimità tra genitori e figli, facilita nel figlio il processo di risoluzione dei problemi, rende il figlio più ricettivo rispetto alle idee e opinioni dei genitori, lascia condurre il gioco al figlio.

Un esercizio utile da fare quando si è tentati di usare una delle dodici risposte è immedesimarsi nell'altro, cioè immaginare come ci sentiremmo noi se, ad es. volessimo esprimere qualcosa e l'altro venisse fuori con consigli, minacce, prediche, giudizi.