Ripartire dall'essere mamme, dal lavoro di cura

Che tipo di mamme sono, le mamme su internet, quelle che frequentano i forum e i blog di mamme? Penso che chi di primo acchito senta nominare un sito con le mamme nel nome, si figuri una schiera di donne con bigodini in testa, pupo in braccio e spazzolone per lavare i pavimenti nell’altro! O magari incollate davanti alla tv a vedere le telenovele e i reality!

No, le mamme di internet sono un universo molto più complesso: casalinghe, studentesse, operaie, insegnanti, impiegate, professioniste, con i più diversi titoli di studio e la più varia provenienza geografica. Ci sono quelle che si collegano da casa mentre il pupo dorme e quelle che utilizzano la pausa caffè o la pausa pranzo in ufficio; quelle che hanno appena portato il bimbo al nido e quelle che non ce lo porterebbero mai perché una brava mamma non lo fa, quelle che stanno decidendo dove poter partorire in modo naturale e quelle che vogliono il cesareo perché è più sicuro, mamme precarie, mamme occupate, mamme studentesse, mamme professioniste...

Insomma, non esiste un modello tipo ma qualcosa che le accomuni sì: il vivere in maniera centrale il loro ruolo di mamme, non vergognandosene, non pensando che altre componenti del loro modo di essere debbano essere centrali.

Le mamme, che lavorino fuori o solo in casa, che siano single o felicemente sposate, che stiano con i figli a tempo pieno oppure no, sono donne che vivono il loro essere madri in maniera piena e che provano una profonda soddisfazione da questo ruolo, senza avere difficoltà ad ammettere che tutto il resto, in qualche modo, viene dopo. Non nel senso del tempo che gli dedichiamo, ma nel senso del coinvolgimento emotivo, della passione, dell’energia mentale, il che poi non vuol dire non impegnarsi sul lavoro, ma semplicemente avere una certa scala di valori e credere di avere il diritto di poter dedicare ai propri figli il meglio di se stesse senza vergognarsene ma, anzi, con orgoglio.

Insomma, non neghiamolo, negli ultimi anni del secolo scorso, tra ’68, femminismo, battaglie sociali per la conquista dei diritti delle donne e per l’emancipazione, le richieste di servizi per le famiglie, la nascita degli asili nido e l’ottenimento dei congedi di maternità, gli omogeneizzati e i pannolini usa e getta, le mamme ne hanno fatte di conquiste che in qualche modo hanno liberato l’idea della maternità da alcuni stereotipi che rendevano la donna prigioniera di quel ruolo. Ma il liberarsi da stereotipi così pesanti ha avuto la conseguenza di crearne degli altri e così siamo passati dalla donna prigioniera della maternità alla donna in carriera che rifiuta la maternità o, nella maggior parte dei casi, quasi la nasconde, si impegna perché non le sia di ostacolo, si comporta come se non dovesse darvi troppa importanza, col timore di essere, in quanto mamma, squalificata come donna. E attenzione... a volte succede che anche le donne non sono in carriera ma attente al pensiero della differenza considerino la maternità un vincolo, una gabbia, qualcosa che riduce l'essere donna.

Schiacciata fra queste c'è forse la mamma normale (la mamma in corriera, come si definiva una giovane mamma autrice di un altro simpatico sito sulla maternità), quella che si barcamena fra casa, figli, famiglia, a volte nonni da assistere, molto spesso il lavoro, ma che più di tutto si ritrova nell’essere mamma.

Quanto andare avanti! Quanto tornare indietro!!! E sì, perché di nuovo non si inventa nulla e qualche volta tornare indietro a recuperare qualcosa che si è perso può essere utile!

Per cui se è giusto andare avanti per ottenere gli asili nido e una buona tutela della donna lavoratrice o combattere contro una tv insulsa e che mortifica l'immagine della donna e riempie i nostri figli di spot, può essere giusto tornare indietro per scoprire magari che i pannolini di cotone erano meno comodi ma più naturali, che i bimbi gradiscono di più la pappa fatta in casa che l’omogeneizzato e che l’allattamento al seno fa bene, è sano, è comodo, è economico e crea un meraviglioso legame fra mamma e figlio! E poi diciamolo, altroché le minigonne delle veline, è poter allattare in pubblico il grande traguardo delle donne del ventesimo secolo!

Parlavo di mamme precarie, ma anche mamme che lavorano in nero o con i contratti più anomali, le lavoratrici autonome... beh rivendicare il diritto alla maternità per quelle donne lavoratrici a cui non è riconosciuto è di fondamentale importanza perchè equivale a riconoscere l'importanza di un tempo ed uno spazio non produttivi (nel senso capitalistico del termine), ed è invece riconoscere un tempo riproduttivo, educativo, dedicato alla cura, di sé, dell’altro. 

Insomma, chi l'ha detto che la produttività non possa dipendere dalla cura? Laddove lavoro di cura non è solo quello che donne (e molto raramente uomini)  svolgono quando si occupano di una casa, dei figli, degli anziani, ma un qualcosa che si manifesta anche nel processo di produzione e di lavoro, cura dell’organizzazione, cura delle relazioni, cura del governo, cura delle attività, cura dei beni comuni, cura dell’ambiente in cui si vive, cura di tutto ciò che ci appartiene, come persone, come cittadini, come utenti.

Insomma la maternità diventa un nuovo modo altro di pensare, un modo che a noi donne appartiene, che non dobbiamo cercare di nascondere ma anzi di valorizzare.